Crisi industria
FENEALUIL: “SERVE UNA POLITICA INDUSTRIALE PER GOVERNARE LA TRANSIZIONE”. Senza concorrenza leale, la transizione rischia di avere un prezzo altissimo in termini di deindustrializzazione e occupazione.
“Le crisi che si stanno sviluppando nei diversi comparti industriali non sono episodi isolati. Sono il segnale di una difficoltà strutturale del nostro sistema produttivo, che da troppo tempo non riesce a recuperare produttività e competitività. È una condizione che rischia di lasciare sempre meno da distribuire tra imprese e lavoratori, con conseguenze dirette sull’occupazione, sui salari e sulla qualità dello sviluppo”. Lo dichiara il Segretario generale FenealUIL Mauro Franzolini, sottolineando la necessità di tornare a mettere l’industria al centro delle politiche economiche del Paese. “L’Italia è una grande manifattura europea e deve continuare a esserlo. Rinunciare alla vocazione industriale del nostro Paese significa rinunciare a una parte fondamentale della nostra capacità di creare ricchezza, occupazione e sviluppo. Per questo – prosegue il Segretario – abbiamo bisogno di una nuova politica industriale, che non può prescindere da una vera politica energetica. La disponibilità di energia a costi competitivi e prevedibili è una condizione essenziale per la tenuta e lo sviluppo dell’industria italiana. Allo stesso tempo dobbiamo accelerare lo sviluppo delle fonti energetiche alternative e affrontare con serietà il tema della transizione energetica e climatica. Senza una strategia sulla produzione e sull’approvvigionamento energetico, non può esserci una strategia industriale”. Un altro punto su cui si sofferma il segretario riguarda le regole della transizione e il rapporto con la concorrenza internazionale. “Non siamo contrari alla transizione ecologica, tutt’altro. Ma non possiamo chiedere alle imprese europee di sostenere costi e vincoli ambientali sempre più stringenti mentre prodotti realizzati in Paesi extraeuropei, sottoposti a regole differenti, entrano nel mercato unico senza essere soggetti agli stessi requisiti. Questo produrrebbe un effetto paradossale: spostare le produzioni fuori dall’Europa senza ridurre le emissioni globali e, contemporaneamente, indebolire la nostra base industriale È un problema che riguarda comparti come il cemento, i laterizi, il legno e l’edilizia, ma anche il settore lapideo, il calcestruzzo e i materiali da costruzione.” Se vogliamo davvero accompagnare la transizione climatica, dobbiamo garantire condizioni di concorrenza omogenee. I prodotti che entrano nel mercato europeo devono rispondere a standard ambientali comparabili a quelli richiesti alle produzioni europee. Altrimenti rischiamo di pagare un prezzo altissimo in termini di deindustrializzazione e occupazione, senza ottenere benefici equivalenti sul piano ambientale. Come sindacato – conclude il Segretario – abbiamo il dovere di avanzare proposte concrete e di portarle al confronto con il Governo e con le istituzioni europee. La produttività non si recupera chiedendo semplicemente più sacrifici ai lavoratori: si recupera investendo in innovazione, energia, formazione, infrastrutture e qualità del lavoro. E soprattutto si recupera tornando ad avere una politica industriale”.
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